Davanti allo specchio di una piccola stanza del villaggio, sistemavo la cravatta. Le mani mi tremavano come a vent’anni.
Nella mente riaffioravano ricordi: il profumo dei meli in fiore, le risate di una ragazza dai capelli scuri, il nostro primo bacio vicino allo stadio della scuola. Si chiamava Marina, e le avevo giurato amore eterno. Ma la vita ci aveva separati.
Dopo il liceo partii per il servizio militare, poi arrivarono il lavoro, il matrimonio, i figli. Anche Marina si sposò e si trasferì altrove.

Ci scrivemmo per un paio d’anni, poi il silenzio. Spesso pensavo a lei, ma nascondevo la nostalgia. Quando mia moglie morì, ero convinto che non avrei più portato un anello.
La scorsa estate tornai al paese per una rimpatriata scolastica. E lì, accanto alla fontana, la vidi. I capelli ora erano argentati, ma i suoi occhi identici.
I nostri sguardi si incrociarono e il tempo sparì. Parlammo fino all’alba – dei figli, delle perdite, delle speranze. Anche lei era vedova. Anche lei conservava le mie lettere.
L’autunno passò veloce. Ogni sera ci chiamavamo, raccontandoci cose semplici: il tè che beveva, la canzone che avevo sentito alla radio. Quando le proposi di incontrarci di nuovo, sorrise: «Lo sapevo, ti aspettavo.»

Oggi, in una piccola chiesa, ci siamo giurati amore. Nuove fedi brillavano alle nostre mani, ma nei cuori c’era il sentimento di sempre. Pochi invitati: figli, nipoti, alcuni amici. Ma mi sembrava che tutto il mondo fosse con noi.
Quando il sacerdote concluse, presi la mano di Marina. Era calda, come allora. E compresi: il tempo può portarci via anni, ma non distruggere un amore vero.
A sessantuno anni sono di nuovo sposo. E la vita, per la prima volta dopo tanto tempo, ricomincia.