All’inizio pensarono che volesse solo giocare, o che fosse geloso. Ma quando gli chiesero spiegazioni, abbassò lo sguardo in silenzio.
— È solo un bambino, disse Anna.
— Forse, rispose Dmitri, ma perché sempre alla stessa ora?
Una notte decisero di osservare. Alle 5:55 erano nel corridoio. Alle sei in punto, Artiom entrò, si avvicinò alla culla e prese la mano del fratellino. Sussurrò dolcemente:
— Non avere paura, sono qui. Non ti lascerò.

I genitori furono commossi, finché non lo sentirono dire:
— L’ho promesso… gliel’ho promesso.
Il giorno dopo, Artiom spiegò:
— Quando Nikita è tornato dall’ospedale, ho sognato il nonno. Mi ha detto che di notte arrivano delle ombre per portare via i neonati, e che se restano soli, possono prenderli.
Mi ha chiesto di andare ogni mattina alle sei e di tenergli la mano finché non sorge il sole.
Anna rabbrividì. Il nonno era morto un anno prima della nascita di Nikita.
— Ha detto che i piccoli hanno bisogno di un guardiano. Io sono il suo.
Anna lo abbracciò forte; Dmitri sussurrò:
— Sei un vero fratello maggiore.

Da quel giorno, ogni mattina alle sei qualcuno entrava nella stanza di Nikita. Non per paura, ma per amore.
Un giorno Artiom guardò il sole e sorrise:
— Il nonno ha detto che ora va tutto bene. Nikita è forte. Le ombre non torneranno più.
Da allora, non si svegliò più alle sei. Ma ogni mattina, con la luce dell’alba, i genitori ricordavano che a volte i bambini sanno più di noi e proteggono più di quanto immaginiamo.