Guardava il punto in cui l’ultimo vagone era scomparso, senza capire di essere rimasta sola

Marta rimase immobile, tutta concentrata sull’udito e sull’istinto, fissando i binari dove il treno elettrico era appena scomparso.

Il freddo le mordeva la pelle, la neve scricchiolava sotto le zampe, e lei ritraeva lentamente una zampa alla volta, senza distogliere lo sguardo. Le sembrava che, se avesse continuato a guardare, il treno sarebbe tornato. Ma non tornò.

Era la fine degli anni Ottanta, un febbraio duro negli Urali. All’epoca l’inverno non concedeva tregua: niente telefoni, niente aiuti rapidi. Solo foreste innevate e stazioni silenziose.

Una nonna e sua nipote viaggiavano dalla città al villaggio. La nonna si chiamava Elizabeth Hawk, una donna alta e composta di circa cinquant’anni, economista capo in un grande deposito di trasporti.

Per tutti era la signora Hawk, per la bambina solo la nonna. La nipote si chiamava Clara e viveva con lei in città.

Marta era entrata nella loro vita per caso, trovata cucciola vicino al deposito. Clara aveva pianto e supplicato, ed Elizabeth aveva ceduto. Marta divenne parte della famiglia.

Quel giorno il vagone era affollato. Qualcuno spinse Clara, Elizabeth scese senza accorgersi che il guinzaglio le scivolava di mano. Le porte si chiusero. Il treno partì. Clara rimase dentro. Marta fuori.

Corse finché poté, poi si fermò e si sedette. Aspettare era tutto ciò che sapeva fare.

La notte arrivò. Il freddo aumentò. Marta si rannicchiò vicino a un palo. Non guaì. Aspettò.

All’alba venne trovata. La sera era già con Clara. La bambina piangeva abbracciandola, mentre Elizabeth guardava la neve dalla finestra.

Da quel giorno controllò sempre il guinzaglio due volte.
E Marta non lasciò mai più andare chi amava.

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