La prima volta ho pensato fosse un caso. Un rumore leggero sopra di me. Poi un gatto grigio che scendeva lentamente lungo il muro.
Si muoveva all’indietro con una precisione insolita. Non sembrava esitante. Sembrava abituato.
Ho iniziato a notarlo ogni sera. Lo stesso suono, lo stesso movimento. Tutto diventava prevedibile.
Gli ho dato un nome senza pensarci. L’ho chiamato il Silenzioso. Era perfetto per lui.
Il suo miagolio era diverso. Breve, trattenuto. Come una domanda mai finita.
Col tempo ho iniziato ad aspettarlo. Le mie serate sono cambiate. Senza accorgermene.
Una sera ho deciso di non uscire. Volevo interrompere tutto. Sono rimasto dentro.

Dopo un po’, ho sentito un graffio. Poi un altro, più forte. Qualcosa non era normale.
Ho aperto la porta. Era lì, vicino. Non sopra la ringhiera.
Mi guardava fisso. Non chiedeva nulla. Sembrava verificare qualcosa.
Da quel momento è rimasto più a lungo. Non passava più soltanto. Restava.
Gli ho lasciato dell’acqua. Ha esitato prima di bere. Come se dovesse decidere.
Poi ho aggiunto del cibo. Lo mangiava lentamente. Senza fretta.
Una notte è arrivata una tempesta. Il vento era violento. Tutto tremava.
Sono uscito subito. Sapevo che era lì. Non so come, ma lo sapevo.
Era bagnato, immobile. Appoggiato al muro. Gli occhi brillavano.
Ho aperto la porta. Ha aspettato un attimo. Poi è entrato.
Da quel momento tutto è cambiato. È rimasto con me. Non è più andato via.
I giorni sono passati senza accorgermene. Era diventato normale. Naturale.
Ma ogni sera faceva la stessa cosa. Andava verso il balcone. Guardava in alto.

Miagolava piano. Sempre nello stesso modo. Non per me.
Sono salito al piano di sopra. Ho bussato. Una donna anziana ha aperto.
Mi ha ascoltato. Poi ha annuito lentamente. Aveva capito.
Sono tornato giù. Non servivano parole. Tutto era chiaro.
Il gatto era lì. Mi guardava. Come sempre.
E ho capito. Non faceva domande. Cercava qualcuno.