Ho sempre considerato il nostro cortile un luogo normale: lampioni giallastri, alberi vecchi che scricchiolano al vento, vicini discreti e passi rari la sera.
Nulla che potesse mettere inquietudine. Ma una notte tutto cambiò. Tornando a casa dopo le lezioni, notai subito che qualcosa non andava.
Sul cofano della mia auto c’erano profonde ammaccature, come se qualcuno l’avesse colpito con una forza brutale. Il cuore mi cadde. Sapevo che dovevo controllare le registrazioni della telecamera.
Seduta al computer, feci scorrere il video della notte. All’inizio tutto era tranquillo. Poi apparve lui. Un uomo vestito completamente di nero, cappuccio tirato sulla testa, volto quasi invisibile.

Si avvicinò alla mia auto con passo deciso. Davanti al cofano, alzò i pugni e cominciò a colpirlo ripetutamente. Il metallo vibrava sotto ogni impatto.
Ma ciò che fece dopo fu ancora più inquietante. L’uomo si chinò verso il parabrezza, come se stesse ascoltando un suono proveniente dall’interno.
Poi girò intorno all’auto, bussò alle porte, toccò le ruote, guardò sotto la carrozzeria. I suoi movimenti erano nervosi ma precisi. Non stava agendo a caso: stava cercando qualcosa.
A un tratto sollevò la testa e guardò direttamente verso la telecamera. Rimase immobile, senza battere le palpebre. Ebbi la sensazione che guardasse me, come se sapesse che lo osservavo.
Poi tirò fuori un piccolo attrezzo metallico e cercò di infilarlo tra la porta e il telaio. Dopo pochi secondi si bloccò, come se avesse sentito qualcosa. Si voltò bruscamente e scappò nel buio.

Rimasi seduta a lungo, tremando. Cosa stava cercando? Perché proprio la mia auto? E cosa sarebbe successo se fosse riuscito ad aprirla?
La mattina seguente andai alla polizia. Presero la mia testimonianza, copiarono il video e promisero di indagare. Ma dentro di me sentivo che non si trattava di semplice vandalismo. Quell’uomo aveva uno scopo preciso.
Da allora mi guardo sempre intorno quando mi avvicino alla macchina. Perché l’uomo di quella notte… non trovò mai ciò che cercava.