Il pendio della montagna era ricoperto di pietre aride. In basso, all’ombra di un cespuglio, un serpente si muoveva lentamente, osservando il cielo.
Il sole scaldava le sue scaglie scure, e nei suoi occhi brillava l’invidia. Da giorni vedeva un’aquila librarsi sopra la cima, quasi immobile, come se il mondo intero fosse suo.
Ogni giorno la gelosia cresceva. “Perché si crede superiore?” pensava il serpente. “Io ho la mia forza. Se si avvicina, posso colpirlo.” Un mattino, quando l’aquila scese verso un ruscello, il serpente si fece avanti e sibilò:
— Tu guardi sempre dall’alto. Ti credi più forte? Vieni a combattere, qui e ora.

L’aquila sollevò lo sguardo. I suoi occhi dorati incontrarono quelli freddi del serpente. Non spiegò le ali, non minacciò con il becco. Disse soltanto:
— Io non discuto con chi striscia.
Con un battito potente si alzò in volo. Il serpente si agitò furioso, ma non poteva che strisciare sulla terra. L’aquila saliva sempre più in alto, mentre il sibilo si perdeva nel silenzio.
Lassù, l’aquila sentiva il vento sostenerla. Lo sguardo spaziava oltre l’orizzonte: montagne, valli e fiumi che correvano al mare.
Da quell’altezza, il serpente era solo un’ombra insignificante. L’aquila capiva che scendere avrebbe significato perdere non solo il vantaggio, ma anche la sua essenza.

Il serpente morse la roccia, consumato dall’ira. Attendeva una battaglia, e trovò soltanto il vuoto. La sua rabbia si trasformò in impotenza.
I viaggiatori narravano dell’aquila fiera che non subiva sconfitte. Pochi capivano che la sua vera forza era nel non abbassarsi mai a dispute inutili.
E l’aquila volava ancora, con il sole che illuminava le sue penne. Perché la vittoria più grande era conservare la sua altezza.