Sergej sedeva solo nella sua cella umida e buia. Sapeva che i suoi giorni erano finiti: la sentenza era definitiva. L’unica cosa che desiderava, prima della fine, era rivedere il suo cane Rex, un vecchio pastore tedesco che lo aveva accompagnato per tutta la vita.
Insieme avevano affrontato notti gelide, lunghe camminate nei boschi, momenti di fatica e di gioia. Rex era stato sempre fedele, incapace di tradire.
Il direttore del carcere accettò. La mattina seguente, la porta si aprì e Rex entrò, zoppicando. Nonostante l’età, i suoi occhi brillavano della stessa devozione.

Sergej si chinò, aprì le braccia e l’animale gli poggiò la testa sul petto. Era un istante di pace assoluta.
All’improvviso, Rex si irrigidì. Ringhiava fissando un angolo vuoto della cella. Il pelo si alzò sulla sua schiena. Sergej guardò, ma non vide nulla. Poi un vento gelido attraversò la stanza e la lampada tremolò.
Rex si piazzò davanti al padrone, abbaiando furiosamente, come a proteggerlo. Sergej sentì un peso nel petto, simile a quello che precede un temporale. Un suono strano, un raschiare, provenne dal muro.

Le guardie accorsero, ma appena entrarono tutto svanì: la luce tornò stabile, l’aria divenne calma e Rex si accasciò tranquillo ai piedi del padrone. Solo alcune crepe sul muro restarono come prova.
Più tardi, un secondino raccontò che quella parte della prigione era stata costruita sulle rovine di un antico monastero, teatro di sparizioni misteriose.
Sergej comprese allora che Rex lo aveva difeso da una presenza oscura. Anche in cella, non era solo: il suo compagno vegliava ancora su di lui.