L’aria d’autunno era fredda e pesante. Ero seduta sul sedile posteriore dell’auto, stringendo una vecchia borsa. Mia figlia adottiva, Elena, non mi aveva detto la destinazione.
Si era limitata a dire: «Mamma, è tempo di pensare a un posto dove tu possa stare più comoda e serena.» Quelle parole mi avevano trafitto il cuore.
Sapevo che gli anni avevano lasciato il segno. La malattia e la debolezza mi avevano resa fragile. Ma l’idea di una casa di riposo mi terrorizzava. Immaginavo corridoi infiniti, odore di medicine, volti estranei. Sembrava la fine, anche se ero ancora viva.

Viaggiavamo da molto. L’auto lasciò la strada principale ed entrò in un viale circondato da alberi. Il cuore cominciò a battere più forte.
— Elena, — sussurrai, — non stiamo andando in una casa di riposo, vero?
Lei non rispose, ma accelerò.
Quando ci fermammo, rimasi senza fiato. Davanti a noi c’era una vecchia casa di campagna, ben tenuta. La riconobbi subito: un tempo mio marito ed io avevamo sognato di comprarla.
— Perché siamo qui? — riuscii a dire.
Elena mi guardò con dolcezza.
— Mamma, questa è la tua nuova casa. Non una casa di riposo. L’ho comprata per te.

Mi prese per mano e mi condusse dentro. L’aria profumava di legno e mele. Nel soggiorno ardeva un camino. Sugli scaffali c’erano i miei vecchi libri.
— So che pensavi volessi liberarmi di te, — disse. — Ma ricordo bene che mi hai salvata da bambina. Mi hai dato una famiglia. Ora è il mio turno.
Le lacrime sgorgarono. La paura e la rabbia sparirono. L’abbracciai e sentii una calda serenità.
Uscimmo sul portico. Il vento faceva danzare le foglie dorate. Guardai la casa e capii: non era la fine. Era un inizio.