Quando aveva ancora un nome

Un tempo aveva un nome — dolce, musicale, pronunciato da una voce che le scaldava il cuore. Ogni mattina la luce del sole riempiva la casa, e l’odore del caffè danzava nell’aria. Lei correva alla porta per salutare la sua padrona, felice.

Ma quell’eternità si spezzò di colpo. Le valigie, le voci, la fretta, e poi… il silenzio. La porta si chiuse, e lei rimase lì, ad aspettare. Aspettò ore, giorni, finché la notte non cadde fredda e vuota.

Da allora, la strada divenne la sua casa. I rumori dei motori sostituirono le risate, e i bidoni dell’immondizia diventarono il suo rifugio.

Cercava cibo tra i rifiuti, tremava sotto la pioggia. A volte trovava un pezzo di pane, altre volte solo vento e fame.

Un giorno un bambino si fermò, posò un pezzo di brioche e disse piano:

— Mangia, micia.
Quella voce… così simile a quella del passato. Lei la conservò come una fiamma nel buio.

Gli anni passarono. Il suo pelo divenne grigio, il corpo magro e segnato, ma gli occhi rimasero azzurri, pieni di una speranza ostinata.

Una sera d’inverno, una macchina si fermò accanto a lei. Una donna scese, si inginocchiò e sussurrò con le lacrime agli occhi:
— Belka… sei tu?

Il tempo si fermò. La gatta riconobbe quell’odore, quella voce. Si avvicinò piano, sfiorando la mano della donna. Lei pianse, ripetendo il suo nome.

Quella notte, Belka tornò a casa.

Like this post? Please share to your friends: