Ventuno anni fa mi hanno lasciata davanti alla porta di una vecchia casa. Era notte e la neve cadeva lenta e silenziosa. Ero avvolta in una coperta consumata.
Non ricordo i loro volti. Ricordo solo il suono di un’auto che si allontana. Quel suono è rimasto con me per sempre.
La donna che mi ha trovata è diventata mia nonna. Diceva che non piangevo davvero, tremavo soltanto. Come se avessi già capito tutto.
Sono cresciuta con lei e mio nonno. Mi amavano, ma nei loro occhi c’era paura. Una paura che non sapevano nascondere.

Poi iniziarono gli eventi strani. Le luci tremavano quando entravo in una stanza. Gli animali reagivano alla mia presenza.
Le persone cominciarono a parlare. Dicevano che ero diversa. Che qualcosa non andava.
Alla fine iniziai a crederci anch’io. Fino al giorno in cui vidi il segno. Una linea sottile sotto la clavicola.
Non spariva. Diventava più scura ogni giorno. E a volte bruciava.
Soprattutto di notte. Soprattutto quando nevicava. Come se fosse un segnale.
Quando mia nonna lo vide, impallidì. Disse che “loro” mi avrebbero trovata. Ma non spiegò mai chi fossero.
Quella notte sentii dei passi. Lenti, pesanti sulla neve. Mi avvicinai alla finestra.
Le impronte apparivano una dopo l’altra. Senza nessuno visibile. Era impossibile.
Urlai e loro arrivarono subito. Non nascosero più nulla. Mio nonno tirò fuori una scatola nascosta.
Dentro c’erano foto e articoli. I miei genitori erano lì, con persone segnate come me. Tutti sorridevano.

I titoli parlavano di sparizioni. Di luci strane nel cielo. Nessuna spiegazione.
Poi trovai una lettera. Era per me. Ma il nome non era Lydia.
Era Evelyn.
Diceva che non erano riusciti a proteggermi. Che non ero una maledizione. Che ero una chiave.
I passi si fermarono. Bussarono alla porta. Il silenzio diventò insopportabile.
La porta si aprì da sola. Una figura scura apparve. Senza volto.
E capii. Non era venuta per uccidermi. Era venuta per prendermi.