Artyom si era sempre considerato un uomo forte. Come medico ostetrico aveva affrontato molte situazioni difficili, convinto che nulla potesse più sorprenderlo.
Ma quel giorno, quando portarono d’urgenza una donna nella sala parto, sentì un colpo al petto. Era Alena, la donna che aveva amato e che era scomparsa dalla sua vita tre anni prima senza spiegazioni.
Non c’era tempo per lasciarsi andare alle emozioni. Le condizioni di Alena erano critiche: contrazioni irregolari, pressione altissima, rischio di complicazioni.
— Artyom… mormorò lei riconoscendolo.

Lui rispose:
— Sono qui. Pensiamo solo a te e al bambino.
La squadra si muoveva rapidamente. Artyom lavorava con precisione, cercando di ignorare il tumulto che cresceva dentro di lui. Il parto diventava sempre più complicato e fu costretto a intervenire personalmente.
Finalmente un piccolo pianto riempì la stanza. La tensione calò. Gli consegnarono il neonato per i primi controlli. Artyom lo guardò… e rimase paralizzato.
Il bambino aveva i suoi stessi tratti. Gli occhi, il mento, persino una piccola macchia vicino al sopracciglio identica alla sua.
Il mondo intorno a lui divenne ovattato.
— Ho cercato di dirtelo… disse Alena con voce rotta. — Ma non mi hanno permesso di trovarti.
Lui la guardò.
— Chi?
— Tua madre. Mi disse che eri partito, che non volevi più vedermi. Che non dovevo rovinarti la vita.

Un’ondata di gelo attraversò Artyom. Ricordò quel periodo, i turni infiniti, i messaggi mai ricevuti, il comportamento strano della madre.
— È… mio figlio?
Lei annuì.
Artyom strinse il bambino al petto. Le sue piccole dita si chiusero attorno al suo pollice, e quel gesto cambiò tutto.
Si chinò su Alena e sussurrò:
— Non vi lascerò più. A nessuno dei due.
In quel momento capì che la sua vita era appena ricominciata.